Ocean’s 25

Fase 1: il sopralluogo. 

Giorno 25, ore 21.00.

Dlin dlon. E’ il suono che fa il mio indice quando preme sul campanello di una porta. Clicck click click è il rumore della baby-sitter che apre la porta a casa di Renato, mio nipote, due anni, vittima di un mio piano losco, deprecabile, più che vergognoso.

-Sei Francesco, vero?
-Ciao, sì, sono il fratello di Paolo.
Bastò questo dialogo a impregnare l’aria di un forte odore di sospetto.
Il motivo è semplice: non vado mai a trovare nessuno, soprattutto se sono da solo e se non sono stato esplicitamente chiamato per riparare un computer. Quindi chiunque conosca un minimo Frandiben, foss’anche una baby-sitter che mi ha visto appena tre volte in tutta la sua vita, in tali occasioni dovrebbe domandarsi “Eh?”, ovvero “Che vuoi? Che ti serve? Di cos’hai bisogno?”
Come educazione impone, mi fu detto “Avanti, entra pure”.
-Ho portato un po’ di film della Disney per mio nipote.
-Grazie, ma figurati, non era urgente.
Beh, cara baby-sitter, che tu lo creda o no, per me sì, portarti quella cazzo di chiavetta usb già pronta da settimane proprio la sera di Natale alle ore 21 era per me di vitale importanza e urgenza.
Mio nipote Renato mi fece ciao con la manina. Batuffolo, ero lì per fargli un torto che nemmeno immagina. Gli diedi un pizzicotto sulle guanciotte talmente rotonde da sembrare disegnate col compasso. Per fortuna è piccolo e quando glielo racconteranno sarà abbastanza grande e maturo da riderci su. E finite le risate poter sottolineare con voce seriosa non più bianca “Vergogna”

L’antefatto.
Giorno 25, ore 20.20
Passeggiando per strada con Susy mi ero allontanato un attimo, il tempo di perdermi di fronte ad una vetrina di roba elettronica, e proprio in quel momento lei compie un semplice gesto che scatena una complessa catena di eventi: saluta qualcuno.
Gli amici e i parenti sono quegli individui che scombinano i tuoi piani.
-Ciao Susy! Finalmente!!!
-Ciao Giuliaaaaaa, da quanto tempo!!!
Era vero, troppo tempo. Susy era appena tornata dalla Toscana dopo un’assenza di oltre otto mesi, e ne avevano di cose da dirsi lei e mia cognata (la madre di Renato ndr) (e Mariella ndr).
-E i bambini dove sono?
-Mariella è uscita con le amiche, Renato è a casa con la babysitter. Senti: adesso abbiamo un po’ fretta, alcuni amici ci stanno aspettando. Ti va se ci vediamo domani? Dài, venite a casa, avremo più tempo per chiacchierare.
-Non vedo l’ora! – disse Susy.
-Non vedo l’ora che sia già il 27 – pensai io, vittima sacrificale di questi incontri comandati.
Susy era sinceramente felice di aver incontrato mia cognata Giulia e mio fratello Paolo. Ma c’era un problemino: non aveva comprato per loro alcun regalo. E ciò per lei rappresenta un crimine contro la tradizione.
– Non le ho comprato alcun regalo di Natale. Come faremo?
E’ Natale, i negozi sono chiusi. E anche domani non scherzano.
Ragionai, calcolai, elaborai, trovai algoritmicamente la soluzione.
-Amore, c’è solo una cosa da fare: l’appuntamento con Fabio e Luisa è domani, vero?
-Sì, domani sera.
-Anticipiamolo a stasera.
Di solito preferisco procrastinare gli appuntamenti nella speranza che un evento imprevisto costringa alla totale rinuncia. Questa volta ero costretto a chiederne l’anticipo.

Fase 2: la scelta.
Giorno 25, ore 21.05.
– Ciao Renato, auguriii!!! Mi fai vedere cosa ti ha portato Babbo Natale?
Renatino è piccolo, è egli stesso un pupazzetto con cui giocare, non capisco cosa se ne faccia di altri giocattolini. Ne aveva la cameretta piena. Il mio piano era di scandagliarla centimetro per centimetro, e trovare qualcosa che potesse tornarmi utile. Mariella, la mia nipote grande, non c’era. Per fortuna! Un occhio vigile in meno. Mi guardavo intorno, alla ricerca di, come dire, no, non riesco. Non credevo nemmeno io a cosa stavo per fare, ma era necessario. E tutti questi pensieri raccapriccianti mentre il piccolo mi spiegava cosa gli aveva portato Babbo Natale, come se io lo stessi ascoltando.
Va anche detto che mentre scrutavo la montagna di giocattoli probabilmente mai usati pensai ad una lotta contro gli sprechi natalizi, e forse stavo facendo qualcosa per il bene dell’umanità. Non trovavo scuse migliori.

Il piano.
Giorno 25, ore 20.25
Dissi a Susy
– Fabio e Luisa quest’anno ci regaleranno sicuramente qualcosa, no? In Toscana li abbiamo trattati da pascià, di sicuro vorranno sdebitarsi.
– E quindi?
– Gireremo il loro regalo a mia cognata Giulia.
Sono uno sporco lurido freddo razionalista. A volte traggo conclusioni che farebbero rabbrividire un eschimese.
In quel momento vidi l’innocenza di Susy svanire dai suoi occhi. Costretta dalle avverse circostanze, dall’impossibilità di acquistare qualsivoglia cosa e dal desiderio di non presentarsi a mani vuote a casa di mia cognata, convenne con me:
Sì, è l’unica cosa da fare.
Natale ti costringe a questo e altro.
– Ma noi non abbiamo nulla per i loro bambini (un maschietto e una femminuccia, ndr).
– Me ne occupo io.
– Che farai?
– Non vuoi saperlo. Ci penso io, fidati di me.
– Io di te non mi fido nemmeno un po’. Ma stavolta non ho altra scelta.
– Allora devo correre, è una corsa contro il tempo, amore. Sappi che ti ho sempre voluto bene.

Fase 3. Facile come…
Giorno 25, ore 21.07.
C’era una Hello Kitty e una macchinina di Cars. I criteri di scelta erano pochi ma inderogabili.
Era necessario che la dimensione dei giocattoli non eccedesse la capienza delle mie tasche.
Non potevo optare per quei giocattoli in bella mostra: mio nipote si sarebbe accorto subito della loro sparizione, e c’era il rischio che avrebbe pianto e urlato in mia presenza.
Dovevano essere giocattoli con personaggi alla moda. Il Re Leone andava forte 5-6 anni fa, e regalarlo era trendy. Regalarlo adesso, con il 2013 alle porte, è decisamente da sfigati. Hello Kitty e Saetta McQueen rispondevano a tutti i requisiti. Avrei preso quelli.
A questo punto non restava che raggirare la vigilanza di mio nipote, che con i suoi giocattoli è più attento dell’occhio del Grande Fratello.
– Ah, io mi sono stancato di giocare, Renato. Mettiamo a posto i giocattoli.
Quello che Renatino non immaginava stesse accadendo, prima ancora dell’imminente doppio furto, era che uno dei giocattoli di cui io stavo parlando fosse proprio LUI.
-Mettiamo a posto i giocattoli – e lo presi in braccio –  Riponiamoli nella scatola –  Sì, piccolo, sto parlando di te.  Sto per metterti in una scatola.
Lo presi, gli abbassai le braccia e le allineai al busto, come si fa con un robot snodato che si ripone nella scatola.
Il bambino non capiva cosa gli stesse succedendo. “Capito giocattolino?”
Mi fissava incredulo, non oso immaginare la cognizione del mondo che i suoi piccoli neuroncini andavano fissando in quel momento, forse avrebbe potuto cominciare a credere che Toy Story fosse una storia vera.
 – Ecco qui il cartone, riponiamo il giocattolo nella sua confezione.
Era la scatola di una motocicletta in plastica, sufficientemente capiente per il mio nipotino.
– Lo riponiamo nella scatola, domani lo riprendiamo per giocare. Io adesso sono stanco e me ne devo andare.
Il bimbo, allibito, stava prendendo coscienza di sé , e se aveva cuore cominciò a pensare a tutti i giocattoli che aveva distrutto, sbattuto per terra, e ne provò compassione, ma più verosimilmente in quel momento pensava come mai prima di allora non era mai stato riposto in una confezione.
Fatto sta che riuscii a tenerlo al sicuro per qualche secondo, che fu prezioso affinché io mi infilassi un modellino di Saetta McQueen nel mio appositamente ampio giubbotto.
Mio nipote come Hal 9000 in preda all’autocoscienza si ribellò al suo stato di oggetto ed emerse dalla sua confezione. Con una risata insicura, quasi in cerca di una mia approvazione, con gli occhi che esclamavano “Zio, stai scherzando, vero? Io non sono un giocattolo, ma una personcina, vero?”. Io sorrisi, lui rise, questa volta con convinzione. Il gioco gli piaceva.
“Lo rifacciamo?” mi chiese contento. Non aspettavo altro. Avevo bisogno di inquadrare meglio quale Hello Kitty sottrarre.
Lo rinchiusi nuovamente. Nel frattempo studiavo le numerose mensole alla ricerca di qualcosa che valesse la pena regalare.
Si liberò dalla scatola scoppiettando di risate, ma prima che io potessi anche solo scegliere.
“Ancora, ancora!” mi chiese il giocherellone. Lo rinchiusi nuovamente. E nel frattempo avevo capito quale Hello Kitty sequestrare. Il bimbo si divincolò nuovamente. E fui felice di fargli fare un ulteriore giro di finta prigionia mentale. Hello Kitty in tasca, bimbo fuori, nessuno si fece male, nessuno fu sorpreso a rubar nulla. La baby-sitter era al telefono col suo fidanzato ipovedente.
“Ancora, ancora!”
“Non rompere Rena’, ho fretta, devo andare”.
Andai.

Fase 4: lo scambio
Giorno 25. Ore 22.30
Il piano procedette alla perfezione quella sera. Incontrammo la coppia di nostri amici. Regalammo ai bimbi il modellino di Saetta McQueen e la Hello Kitty con una cerniera sul culo che funzionava come astuccio.
“Come mai non c’è la confezione?” mi chiese il maschietto, adulto e navigato.
“E’ una Hello Kitty equa e solidale”. A quell’età bisogna dare risposte incomprensibili, spiazzanti, in grado di spezzare la loro catena di numerosi perchè.
Proprio come previsto, ricevemmo il nostro regalo. “Grazie per come siete stai ospitali in Toscana” e bla bla bla.
Una cazzo di antipastiera che per fortuna non ci serviva e potevamo girare al primo che capitava.
Notevole fu la perizia con cui sciolsi il nodo, scartai il pacco, sollevai la confezione. “Beeeeeeeella” dicemmo io e Susy sperando di indovinare i gusti di mia cognata.

Fase 5: La resa dei conti.
Non mi va di raccontarlo.
E’ assurdo che certi piani praticamente perfetti vengano scalfiti da piccoli dettagli, latenti agnizioni che non si potevano minimamente prevedere.

Fase 6: Il litigio.
-Che figura di merda Frà. Dio che figura di merda.
-Mi spiace Susy, ma non potevo immaginare che mia cognata conoscesse i nostri amici e aveva invitato a casa anche loro.

Annunci

Canto di Natale

Sono qui a godermi il momento più bello del Natale, quello in cui scelgo cosa regalarmi. Faccio la conta degli amici che ho mandato a fanculo durante l’anno e valutando un risparmio di circa 20 euro di regali a testa vien fuori una bella sommetta.
Prendo i volantini di Mediaworld, Trony, Ipercoop, Euronics e del robivecchi sotto casa, li dispongo sul tavolo come un tabellone di Risiko e sistemo i miei spiccioli come piccoli carri armati. Obiettivo: comprare un tablet, un cellulare e un terzo componente a mia scelta.
Sì, un cellulare, e non uno smartphone (che già possiedo e rimpiango come una tragedia che potevo evitare). Mai usato per telefonare, l’ho adoperato solo per navigare su Internet e per twittare compulsivamente. Ma tendo ad avvicinarlo troppo agli occhi e temo di somigliare al ragionier Filini. Quindi mi serve un tablet. Se non altro è più pesante da sollevare. E tornerò a uno di quei telefonini vecchi, non so se li avete mai visti, hanno i pulsanti. E una batteria che non ti abbandona al tramonto.
Se la scelta del cellulare è semplice (prenderò quello che costa meno), più delicata è la scelta del tablet. Dalla puntigliosa perizia decido che per le mie esigenze Android batte Windows e Ios, 10 pollici batte 7, connessione 3G meglio del solo Wi-Fi. La mia scelta ormai si è delineata e in nomination ci vanno un Samsung, un Motorola e un Asus.
Con l’acquisto a fine gennaio, il periodo meno consumistico dell’anno, riesco a risparmiare anche 100 euro rispetto al valore prefestivo, cifra che poi sono capace di perdere dalle tasche semplicemente passeggiando per strada, ma questo è un altro discorso.
E a gennaio avrei proceduto all’acquisto definitivo, se proprio in quel momento non avesse suonato il postino per consegnarmi il regalo natalizio della mia ragazza: un iPad mini del cazzo.

Sopravvissuti

Pericolo scampato. Grazie Bruce Willis.

Il pianeta Terra passa il turno.

Geniale l’idea di spostarci un po’ più in là.

Comunicato dei Maya “Siamo stati fraintesi”.

Noi lo abbiamo sempre detto che i Maya erano dei gran cazzoni. (firmato: gli Aztechi)

Nei loro calcoli i Maya non avevano tenuto conto della raccolta differenziata.

(quindi se ne riparla tra qualche settimana).

Capo, stavo scherzando, lei è una bravissima persona e sua moglie è una donna rispettabile. Posso tornare domani?

“Abbiamo scongiurato la fine del mondo” titola trionfante Il Giornale.

Da oggi ho una sfilza di appuntamenti pallosi che avevo rimandato.

E adesso la credibilità dei Maya è al livello di quella dei Testimoni di Geova.

Vado a scolpire su una pietra che la fine del mondo avverrà il primo equinozio del 2123. Per non lasciare i posteri a corto di profezie.

Sensi di colpa

Non ho mai fatto l’eroe ma quella sera sentivo di non potermi tirare indietro. Nel senso che, malgrado la sua postura prepotente, i piedi ben piazzati, le gambe divaricate con atteggiamento da duro e quello sguardo arrabbiato, studiato apposta per incutere timore alla gente, era comunque evidente che sotto quel giubbotto imbottito c’erano delle spalle strette. E dentro quei jeans larghi si nascondevano delle gambe decisamente magre che non avrebbero certo potuto provocarmi dolore alcuno. Il classico tipo con cui vorresti scontrarti se proprio ti costringessero a fare a botte.
No, non potevo lasciar perdere, se avessi fatto finta di niente sarei stato sommerso dai sensi di colpa.
Solo il pancione incuteva un po’ di timore. Ma se quella prospicienza mi ricordava i bulli delle scuole, è anche vero che gli avrebbe decisamente rallentato i movimenti. E per me che volo come una farfalla e pungo come un’ape i suoi trigliceridi alti erano un considerevole vantaggio. Tuttavia era un tantino più alto di me. O almeno così lo ricordo e, visto che l’ho spuntata, mi piace pensare che sia stato effettivamente così, per spompinare un po’ la mia autostima.

Facevo la solita strada per rientrare a casa, e quella coppia di fidanzatini l’avevo vista più volte. Lui ve l’ho già descritto, lei più bassa, minuta, sguardo sempre basso, la definirei decisamente impaurita della vita.
Ma quel giorno alla sua paura si aggiungevano copiose lacrime che le scorrevano sulle guance. A guardarla metteva una tristezza infinita, e alla sua disperazione facevano da contrasto i lapidari suoni sbraitati del suo ragazzo un po’ burbero. Sembravano urla di incitamento, grida di chi sfidava una povera persona indifesa.
Feci torto alla mia consueta andatura a dir poco fulminea, e rallentai, fino a fermarmi del tutto. La strada a quell’ora era deserta, e se non fossi intervenuto io non avrebbe potuto farlo nessuno. Per non sembrare ficcanaso adottai il solito trucco della finta telefonata. Cellulari, a cos’altro servono?
“Pronto? Sì? Dimmi!”. E improvvisai, cercando di essere realista, una finta chiacchierata telefonica con la mia ragazza. E quindi “Sì. Sì. Sì” e l’immancabile “Ma certo, hai ragione”.  Poi ci pensai su un po’ meglio e mi chiesi quand’è che poteva ricapitarmi… E perciò cambiai registro “No, non è così. Non è come dici tu …”, ma questa è un’altra storia.

Dopo circa due minuti di telefonata immaginaria le cose sul fronte coppietta non erano affatto cambiate. Lui era ancora lì, altezzoso, sbruffone, sbraitante, insopportabile, imponente sulla figura esigua della sua ragazza appoggiata debolmente, quasi rannicchiata vicino ad un’auto parcheggiata lì. Lei continuava a piangere. Tantissimo.
Non riuscivo a distinguere le frasi della loro conversazione, ma il linguaggio gestuale parlava chiaro. Lui sempre più brusco ad un certo punto cominciò a metterle le mani addosso, sembrava la stesse strattonando! Lei si divincolava. Ciò bastò a non farmi esitare oltre.
“Ehi!”
Silenzio.
Nè io nè lui credevamo alle nostre orecchie, a ciò che avevo appena fatto e a ciò che stava per succedere.
“Eh?” disse lui, gutturalmente.
“Dico a te!”
“Che cazzo vuoi?” disse lui, scontato.
“Non pensi di urlare un po’ troppo?”
“Sono cazzi miei quanto urlo”.
A questo punto potevo metterla sul personale, ma non sono quel genere di persona.
“Ti consiglio di abbassare la voce. Stai infastidendo innanzitutto la poveretta lì”
Che continuava a piangere, quasi completamente distaccata dalla realtà esterna.
“Ma fatti un po’ di cazzi tuoi, sparisci”
Non riferirò l’insulto che mi ha rivolto a fine esclamazione, sempre per quella questione dell’autostima.
Sta di fatto che ormai non mi restava che avvicinarmi.
E mi avvicinai.
Si avvicinò anche lui.
Non dovetti nemmeno preoccuparmi di essere il primo a colpire, ci pensò lui.
E malgrado io abbia trascorso gli ultimi 13 anni in modalità quasi totalmente sedentaria…
E malgrado avessi notato che le sue gambe non erano affatto magre come mi era sembrato, nè le sue spalle così strette, nè la sua pancia così ingombrante…
E malgrado stessi ormai trattenendo una pisciata da più di quindici minuti…
Riuscii a cavarmela. E a non farmela sotto.

Sono veloce, sono agile, scattante, ho ottimi riflessi dovuti ad anni e anni di videogames. La mia strategia a quel punto si basò sull’aver calcolato minuziosamente che nell’avanzare verso di me avrebbe urtato contro quel paraurti (ironia della sorte) sporgente dell’auto a cui erano appoggiati, ed ebbi gioco facile. Nella mia esperienza di zuffe stradali sono sopravvissuto diverse volte solo grazie all’intervento di qualche provvidenziale passante. Stavolta ci pensò una Duna, su cui non potrò più dire cattiverie. Tranne sui pessimi paraurti che si staccano un po’ troppo facilmente.

Solo allora sentii un “Nooooo, smettila!”
Mentre ormai stavo convertendo il mio terrore e la fretta di svuotare la vescica in una rabbia esplosiva e ormai incontrollabile, la fidanzatina si svegliò dal suo coma pensieroso e mi implorava di smettere.
“Non mi stava picchiando, nooooooo!”
Non riferirò l’insulto che mi ha rivolto a fine esclamazione, sempre per quella questione dell’autostima.
Ero sorpreso. Sorpresissimo. “Eh?” dissi io, gutturalmente.

Cioè, che palle, fanculo. Un gesto eroico sprecato così. Non mi aspettavo certo una medaglia conferita dal sindaco, però una figura di merda così proprio no.
Praticamente lei aveva scoperto di essere incinta, e le stava crollando il mondo addosso, il ragazzo le stava solo facendo forza, certo, con un’assertività un po’ fuori luogo, ma era il suo modo di incitarla a tenere la situazione in pugno e a non preoccuparsi.
Un bravo ragazzo, responsabile, da ammirare, non c’è che dire. Di sicuro sarà felice di prendersi il suo imminente impegno di padre e di compagno premuroso, ma ora in un letto di ospedale non può assistere come vorrebbe la dolce futura neomamma nelle prime fasi della gravidanza. Ma tra qualche mese potrà riabbracciarla stando in verticale, e accarezzarle orgogliosamente il pancione. Sempre che per lo spavento lei non abbia dovuto…
Insomma una serata di merda.

Demodé

Esiste una forma di discriminazione che non balza agli onori delle cronache, e per la quale non si muove alcuna macchina della solidarietà: la moda.
Io non seguo la moda, sia perchè non voglio, sia perchè non la comprendo: non ho idea di quali siano i colori da indossare, non perceipisco i trend delle forme geometriche in voga, dei tessuti da sfoggiare, degli accessori da abbinare. E questo mi esclude dalla società, mi estromette con violenza.
La moda è ciclica e casuale, non è progressiva e orientata verso una destinazione precsia. Tempo fa andavano di moda i jeans lacerati e i capi non stirati, ed io pensavo che finalmente l’essere umano avesse compreso che occupare del tempo per rammendare pantaloni e stirare maglioni fosse uno spreco di energie che potevano essere meglio convogliate altrove. Credevo che quella scelta stilistica fosse il punto d’arrivo di una scienza dell’abbigliamento, ma non era così. Si trattava unicamente del temporaneo capriccio di qualche sarto. Dopo appena qualche mese per essere accettato occorreva  riprendere sia ago e filo che ferro da stiro.
La moda è brutale, la moda è cieca obbedienza ad un dettame stabilito chissà dove e accettato quasi univocamente senza alcuna resistenza. Milioni di sedicenti liberi pensatori ubbidiscono senza rifletterci e si allineano acriticamente alle direttive sul colore del momento, considerando gente di cattivo gusto tutti quei maverick impazziti o semplicemente daltonici (è il mio caso) che indossano colori sfasati.
Io sono stanco di quelle occhiate tristi di negozianti che mi guardano allibiti. Nei loro sguardi non trovo più nemmeno tracce di compassione, ma solo paura e quasi disgusto. E mi imbatto in tutto questo non solo se entro in un negozio di abbigliamento, in cui sfido apertamente ciò in cui loro credono e per cui vivono, quasi come se entrassi in una parrocchia con una menorah al collo, ma mi succede ormai anche nelle librerie, nei negozi di elettronica, nei pub, nelle pizzerie, in tutti questi locali che frequento più assiduamente.
Il vantaggio che nessuna commessa mi si avvicina per dirmi “ha bisogno di qualcosa?” è apprezzabile, ma che rifuggano così da me in quella maniera, no, mi fa sentire sgradito, triste, solo.
Una volta addirittura ho visto un tale prendere in mano un telefono irritato, quasi volesse denunciarmi. Credetemi, tutto ciò è insopportabile. Ma sarò io a ridere quando torneranno di moda, i passamontagna.