Alla ricerca dei caffè perduti

Inzuppavo una madeleine nel mio cappuccino quando all’improvviso pensai che Proust in fatto di dolci aveva dei gusti di merda. Cos’è sta porcheria pastosa e schifosamente asciutta… Mai sentito parlare di cioccolata? di crema? di panna? eccheccazzo Marcel.

La mia ragazza mi parlava e io da poco avevo ripreso il vecchio vizio di non ascoltarla. E di distrarmi intercettando conversazioni in giro, osservando comportamenti, assaporando le superfici delle vite altrui in quel bar. Notai un tizio che aveva appena bevuto un espresso, e mentre si accingeva ad uscire dal locale incontra un suo vecchio amico che lo abbraccia, gli chiede come sta e gli offre un caffè. Lui risponde di averlo appena preso ma che ne sorseggerebbe volentieri un altro se è lui stesso a poterlo offrire. Sembrava indaffarato, ma fa qualcosa che ho trovato sensazionale: il tale torna tranquillo al bancone, ordina due macchiati e conversa con tutta calma con il suo vecchio amico. Anche se aveva visibilmente altro da fare.

Al che sono stato colto da un barlume di illuminazione. Tutta la mia vita mi è ripassata prepotentemente davanti e ho dovuto scandagliarla analizzando nuovamente vecchi episodi, interpretandoli con una luce nuova.
Porca miseria, perchè nessuno mi aveva mai detto che quando la gente ti offre un caffè, in realtà lo scopo di quell’invito non è la bevuta dell’intruglio?
Perchè nessuno mi ha mai spiegato che il caffè è solo un cementificatore sociale, un abbattitore di distanze, un trucco per passare del tempo assieme? Lo scopo del “prendiamoci un caffè” è la breve conversazione di tre-quattro minuti (che per me sono comunque un’eternità), prorogabile ad altri tre, quattro, dieci, venti minuti, mezz’ora, un’ora. A seconda del reciproco piacere provocato dalla reciproca compagnia. Una scusa per staccare da tutto il resto e fermarsi a parlare. E non la cazzo di bevuta in sè.
Ero tentato dal buttare giù una sorta di formula, di equazione o grafico con cui inquadrare meglio il fenomeno, ma al momento ero sotto una specie di shock: tutte le volte che mi son sentito dire “vuoi un caffè?” vanno necessariamente reinterpretate ex novo.

La mia ragazza ha smesso di parlarmi e ha preso il suo iPhone. Lei capisce sempre quando la mia mente è altrove e non segue il binario del suo discorso. E io me ne accorgo che ha capito dal fatto che è infuriata.
Di solito ci faccio caso e chiedo subito scusa, ma ero troppo impegnato a rivangare il mio passato, e con la memoria riconteggio offerte, inviti, incontri, caffè, spritz, birre e cappuccini mancati. Se ricordarli tutti è roba da rainman, riscontrarsi con qualche episodio significativo saliente è inevitabile. E il risultato della reinterpretazione è imbarazzante.
Come la volta in cui quella ragazza all’università interruppe il nostro proficuo studio di economia politica e mi offrì di andare a prendere un caffè al bar lì vicino. Cosa già di per sè strana, perchè nella Bari conservatrice è una mossa che tocca all’uomo. Ma io non ho mai voglia di caffè, cosa avrei dovuto proporle? “ti va se andiamo a prenderci una fanta”?
E ok, accettai, andiamo a prenderci ‘sto caffè.
Mi recai al bancone e mascolinamente la precedetti alla cassa. Che poi io trovo assurdo pagare un euro per quello sputo di liquido nella tazzina. Perciò investii il mio euro in un liquido più corposo. Perciò per me ordinai una pepsi alla spina, e per lei il suo cazzo di caffè.
Poi vabbè, io sono una frana con gli scontrini. Li accartoccio istintivamente non appena me li consegnano. E li scaglio via come caccole. E una volta al bancone imprecai per quel mio sciagurato riflesso condizionato e dovetti ritrovare carponi quella cazzo di pallottolina finita vicino ad un battiscopa.
Ecco finalmente la mia pepsi e il tuo fottutissimo caffè. Ne avevi così tanta voglia.
Finita la consumazione (cinquanta secondi netti) mi rialzo dal tavolino. Dopotutto eravamo qui unicamente per bere il caffè no? Lei si alzò e mi seguì con uno sguardo incredulo e gli occhi sbarrati, espressione che solo ora riesco a spiegarmi del tutto, non senza provare una pesante e posticipata vergogna. Non ricordo i dettagli delle altre due volte in cui è stata una ragazza a chiedermi se gradivo andare a prendere un caffè assieme. Forse perchè risposi di no.
Sorvolando su tutte le volte in cui (e sono la maggior parte), bevanda calda o socialità che fosse, semplicemente non intendevo perdere tempo con la persona che mi invitava a prendere un caffè, gli altri episodi interessanti sono avvenuti in ambito lavorativo. Come quando ero stagista in una piccola società di webmarketing e l’amministratore mi chiedeva quotidianamente se gradissi un caffè giù al bar. Rispondevo sempre di no. E ora le spiegazioni del mancato rinnovo del contratto si arricchiscono di una nuova interessante e verosimile teoria.

Rimuginavo su tutto ciò mentre Susanna metteva in standby il suo iphone e si alzava da quel tavolo su cui la mia distrazione le aveva negato la benchè minima compagnia. Mokaccino lasciato a metà, brutto segno. Non mi degna nemmeno di uno sguardo. Si avvicina alla cassa per pagare la sua parte, quasi a marcare una linea di separazione da me. “Dai tesoro, non fare così, scusami mi sono distratto”.
Ma niente, quando Susy è arrabbiata bisogna lasciarla sbollire. Nel frattempo mi tratterà come se mi conoscesse appena e senza rivolgermi la parola. Tutto questo durerà un bel po’.
A meno di non escogitare subito qualche trovata in grado di farmici riappacificare subito. Ma il mio bagaglio di trucchi da negoziatore è davvero esiguo, perciò non mi resta che provare il tutto per tutto e vediamo se ho capito come funziona. “Ehi Susy, posso offrirti un caffè?”

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One Response to Alla ricerca dei caffè perduti

  1. Cri says:

    Tutta ‘sta camurria per un caffé? E quelle con cui sei andato a farti una pizza, allora? 😀

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